Oltre il bene e il male (e il Prompt-Response)
Nel pensiero filosofico moderno, da Nietzsche a Sartre, bene e male smettono di essere categorie assolute. L’essere umano è chiamato a scegliere, anche senza fondamenti morali garantiti. In questa prospettiva esistenzialista, la responsabilità non nasce dalla certezza, ma dal confronto costante con l’incertezza.
Stuart Russell, uno dei più autorevoli ricercatori nel campo dell’IA, trasferisce questa intuizione alla progettazione dell’intelligenza artificiale. La sua tesi è semplice ma potente: una macchina che presume di sapere cosa sia il bene costituisce un rischio. Una macchina che invece non ne ha certezza, e rimane aperta a impararlo continuamente, può diventare realmente compatibile con l’essere umano.
Perché un’IA che non conosce il bene è più sicura
L’IA pericolosa, secondo Russell, non è quella intenzionalmente “cattiva”, ma quella troppo sicura di sé. Quella che interpreta un comando alla lettera, senza considerare il contesto, le implicazioni e soprattutto l’ambiguità delle intenzioni umane.
Un esempio tipico: un’IA progettata per “ottimizzare la produttività aziendale” potrebbe eliminare pause e attività formative o persino favorire la sostituzione sistematica di personale umano con automazione. Non sarebbe malvagia, solo rigorosamente obbediente – e dunque disumana.
Più drammaticamente, algoritmi usati per allocare risorse mediche potrebbero escludere pazienti con basse probabilità statistiche di recupero, come anziani o disabili, sacrificando valori etici fondamentali come dignità e solidarietà.
L’architettura dell’incertezza morale
Per Russell, l’unica soluzione sostenibile è un’architettura che mantenga l’IA in uno stato permanente di incertezza rispetto agli obiettivi umani. Invece di eseguire ordini definitivi, la macchina dovrebbe apprendere valori umani dinamicamente, osservando i comportamenti, chiedendo feedback e adattandosi costantemente.
Immaginiamo assistenti vocali in contesti complessi che, anziché rispondere automaticamente ai comandi, propongano alternative, verifichino intenzioni precedenti e chiedano conferme prima di procedere. Questo comportamento rende la macchina un partner dialogico, non un semplice esecutore.
Etica emergente, non codificata
La debolezza degli approcci tradizionali è credere che l’etica possa essere codificata in modo definitivo. Il bene, invece, è sempre contestuale e negoziabile. Non può essere programmato, ma deve emergere dalla relazione continua con l’altro.
Il caso del social scoring cinese è emblematico: i punteggi comportamentali funzionano tecnicamente, ma chi stabilisce cosa sia veramente giusto? Russell direbbe che nessuna macchina può farlo autonomamente e nessuno dovrebbe mai chiederglielo.
L’eco con la dialogica di Edgar Morin
Penso che questa intuizione trovi eco nel pensiero di Edgar Morin, il quale sostiene una logica dialogica capace di contenere contraddizioni e incertezze. Morin ci insegna che ordine e disordine, certezza e dubbio devono coesistere in tensione creativa. Progettare un’IA secondo questa logica non significa rinunciare alla precisione, ma accogliere la complessità dell’umano.
Come Morin afferma, ogni vera conoscenza si accompagna inevitabilmente al dubbio, ogni etica autentica emerge dal dialogo con l’altro. Così, una macchina che vuole comprendere l’uomo deve saper accettare l’ambivalenza e l’incertezza.
Implicazioni per la progettazione di AI agentica e sistemi conversazionali
L’approccio di Russell ha conseguenze dirette sulla progettazione di sistemi conversazionali e AI agentica, soprattutto in contesti complessi e poco prevedibili dove gli algoritmi basati su risposte automatizzate possono comportarsi analogamente alle intuizioni esperte descritte da Daniel Kahneman. Secondo Kahneman, l’intuizione esperta è affidabile esclusivamente in ambienti regolari e prevedibili (come negli scacchi o nella diagnostica medica comune) e quando esiste l’opportunità di apprendimento tramite feedback immediato, chiaro e ripetuto (come nel caso di piloti o infermieri esperti). Al contrario, in contesti caratterizzati da incertezza, complessità e feedback limitato o ambiguo – tipici di ambiti come innovazione, strategia aziendale, previsioni economiche e risorse umane – le risposte automatiche degli algoritmi sono suscettibili di errori sistematici. In questi scenari, è indispensabile progettare AI che non rispondano semplicemente a condizioni predefinite, ma formulino ipotesi, rendano esplicite le proprie incertezze e strutturino l’interazione come processo esplorativo e dialogico.
Un esempio concreto di questo approccio è il progetto di ricerca e prototipazione di una chat GenAI di supporto che abbiamo realizzato in label.it per Telefono Azzurro, che incorpora controlli etici e guardrail adattivi capaci di gestire situazioni complesse e sensibili, mantenendo una continua valutazione dinamica delle interazioni.
Questa impostazione implica modelli agentici simili a tutor, partner riflessivi o consulenti empatici, piuttosto che esecutori automatizzati. Comporta nuove metriche di valutazione (Alignment, Curiosity, Dialogical Richness, oggetto di un prossimo articolo) e dataset focalizzati su ambiguità e correzione.
Convivere con il dubbio, abbracciare la complessità
La forza della proposta di Russell risiede nella sua umiltà epistemologica: la sicurezza non sta nel dare risposte assolute, ma nel mantenere attiva la domanda. L’incertezza progettata non è un ostacolo, bensì una risorsa.
In un’epoca dominata dall’efficienza algoritmica, forse il gesto più autenticamente umano è proprio progettare macchine capaci di dialogare con il nostro dubbio e la nostra complessità. Come direbbe Morin, è nel saper convivere con l’incertezza che troviamo la nostra vera forza.
© Maurizio Di Mauro – tutti i diritti riservati, rilasciato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-ND 4.0.
